BICI GRILL

Oggi martedì 18 marzo, il primo gruppo della 4A si è recato in biblioteca per la presentazione e la premiazione del progetto “bici grill” di commissione esterna al quale aveva aderito. Lo scopo era la realizzazione di un marchio, che verrà utilizzato per i bici grill del Trentino. Erano presenti alcuni professori, dirigente, vicepreside e l’ assessore del Trentino, il tutto ripreso dalla tv locale. Ogni studente ha presentato il proprio progetto, e alla fine è stato premiato il vincitore del concorso Ariela Chiampan.

Cari studenti, sono un’insegnante e vi chiedo scusa

Lizanne Foster è un’insegnante canadese. Ha scritto questo articolo sul suo blog.

Cari studenti delle superiori del ventunesimo secolo,

la settimana prossima comincerà un nuovo semestre e mi sento costretta a chiedervi scusa. Nonostante tutti i nostri sforzi, noi insegnanti non siamo riusciti a persuadere quelli che hanno il potere politico a cambiare il nostro sistema educativo. A quanto sembra, non siamo capaci di convincere il nostro premier che investire sulla vostra istruzione andrebbe a vantaggio di tutti noi e non inquinerebbe né l’acqua né l’aria.

Perciò, finché i vostri bisogni educativi non prevarranno su quelli delle multinazionali straniere, vi prego di accettare le mie scuse.

Mi dispiace che dobbiate venire a scuola così presto la mattina, anche se varie ricerche nel campo delle neuroscienze hanno appurato che il cervello degli adolescenti non funziona in modo ottimale prima delle dieci.

Mi dispiace che dobbiate chiedermi il permesso di uscire dalla classe per andare a fare pipì anche se avete già la patente, un lavoro part-time e state prendendo decisioni importanti per il vostro futuro dopo la scuola.

Mi dispiace che ogni giorno siate costretti a stare seduti per sei ore anche se molti studi hanno dimostrato che stare seduti troppo a lungo danneggia sia le capacità cognitive sia la salute.

Mi dispiace che siate divisi per età e costretti a procedere attraverso il sistema scolastico con i vostri coetanei come se l’età anagrafica avesse qualcosa a che vedere con l’intelletto, la maturità, le competenze o l’abilità.

Mi dispiace che quelli di voi che incontrano difficoltà a scuola non ricevano il giusto sostegno perché finanziare i vostri bisogni non è tra le priorità dell’attuale politica economica.

Mi dispiace che dobbiate studiare materie che non vi interessano in un’epoca in cuila somma totale delle conoscenze umane raddoppia ogni dodici mesi.

Mi dispiace che vi facciano credere che per ottenere il massimo dei voti dovete competere tra voi, quando i progressi umani sono sempre stati frutto di unacollaborazione che spesso a scuola viene considerata “imbrogliare”.

Mi dispiace che siate costretti a usare dei libri di testo che contengono informazioni superate e troviate a scuola tecnologie obsolete della cui manutenzione nessuno si occupa.

Mi dispiace che quello che chiamano insegnamento personalizzato in realtà non lo sia affatto. L’insegnamento veramente personalizzato costa troppo, lo capite?

Mi dispiace che sia improbabile che la Strategia innovativa, la riforma scolastica della British Columbia tanto strombazzata dal governo attuale, produca cambiamenti significativi a parte un nuovo modo per calcolare quello che si fa a scuola.

Ma, soprattutto, mi dispiace che il sistema educativo vi costringa a far parte di un’economia estrattiva quando il nostro ambiente, senza il quale non ci sarebbe nessuna economia, sta subendo una crisi climatica che ci imporrà una rapida riconfigurazione di tutto quello che stiamo facendo in campo sociale, politico ed economico, e per la quale siamo del tutto impreparati.

Mi dispiace moltissimo.

Vorrei che la vostra curiosità non fosse soffocata dal conformismo scolastico.

Vorrei avere una bacchetta magica per darvi il tipo di scuola in cui ci sono spazi per analizzare ed esplorare, sperimentare e apprendere in modo diverso.

Vorrei avere il potere di riaccendere la passione e il desiderio di imparare che leggo nei vostri occhi prima che entriate a scuola.

Vorrei potervi aiutare a ricordare che prima di essere studenti eravate scienziati chesperimentavano, scoprivano, si ponevano domande e facevano collegamenti.

Eravate anche poeti… vi ricordate quanto divertiva e sorprendeva gli adulti intorno a voi il modo in cui descrivevate le cose?

Siete nati per imparare. Non potete non imparare.

Mi dispiace che vi facciano credere che l’unico apprendimento che conta sia quello che avviene a scuola. Anzi, poi, solo quello che avviene in classe. E nemmeno conta tutto quello che si impara in classe: alla fine conta solo quello che troverete nei test.

Vorrei potervi portare in altri posti dove il sistema educativo pubblico è una priorità di politici convinti che la futura società del loro paese dipenderà dalle caratteristiche del sistema educativo.

In un’epoca in cui la nostra vita dipende dall’ingegnosità nel risolvere i problemi più difficili, sprechiamo le potenzialità che ha la nostra mente di trovare soluzioni creative. L’adolescenza è il periodo in cui gli esseri umani raggiungono il culmine del loro sviluppo cognitivo. Le prove della vostra capacità di pensare “fuori degli schemi” e di trovare soluzioni creative sono ovunque intorno a noi.

Vorrei poter mostrare alle autorità ciò che dovrebbero vedere per rendersi conto di quello che siete capaci di fare, se solo ve ne dessero la possibilità.

Se solo…

Con sincero affetto.

Un’insegnante

(Traduzione di Bruna Tortorella)

ELEZIONI STUDENTESCHE

Ciao ragazzi,
oggi giornata impegnativa per i candidati rappresentanti Elena , Borana e Riccardo, che con un breve discorso, si sono presentati nelle classi in vista delle imminenti elezioni studentesche di lunedì 16 marzo.
Che dire ragazzi a tutti e tre un “in bocca al lupo” e ricordo che per chi fosse interessato a darci una mano con Buxus (al quale serve una redazione), o per organizzare le assemblee, sempre lunedì 16 marzo ci troviamo a scuola nel pomeriggio per fare una breve riunione!

Festa di carnevale allo Smart Lab

Assemblea di istituto in maschera

21/02/2015

I ragazzi del Liceo Depero si recano al Centro Giovani Smart Lab di Rovereto per la loro seconda assemblea di istituto. La camminata che porta da scuola allo Smart Lab sembra lunga da percorrere alle 8:10 del mattino, ma chi si è alzato dal letto questo sabato lo ha fatto per divertirsi in compagnia. Infatti alle 8.30 tutta la scuola è riunita nel centro giovani, quasi tutti i partecipanti sono vestiti per festeggiare la fine del Carnevale. Certi amici sono quasi irriconoscibili, si intravedono maschere di gruppo e per chi è ancora “normale” c’è prontamente il laboratorio “a qualcuno piace di carta”  che lo traveste per l’occasione. La mattinata comincia un po’ in ritardo, ma non è un problema: la presentazione della stampante 3D offerta dallo Smart Lab ruba subito l’attenzione di alcuni ragazzi con la sua musica da disco; segue un’altra iniziativa, a cura di una ragazza che ci presenta il progetto “Operation Daywork” (http://operationdaywork.org/italiano/wordpress/). In contemporanea la professoressa Candioli domina il laboratorio della carta: i ragazzi si costruiscono costumi di carnevale fatti interamente con del cartoncino colorato. Con tutti questi costumi non poteva non esserci una competizione: allo scopo è stata istituita una giuria mista di studenti e insegnanti per votare le maschere più belle nel Talent Show “Depro Masks” organizzato dai ragazzi. I vincitori sono i ragazzi di 5A che, non si sa ancora come, hanno improvvisato dal nulla una scenetta che ci ha fatti tutti ridere. Per concludere al meglio la mattinata abbiamo messo un po’ di musica, ballato e fatto foto con gli amici per non dimenticare i loro costumi di Carnevale. È stato davvero divertente, un modo diverso e creativo di condividere l’assemblea, vista l’assenza di uno spazio a scuola che ci possa riunire tutti.

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“Cuori pensanti”: l’indicibilità dell’orrore

27 gennaio 2015 – In occasione della Giornata della Memoria, le classi quinte del Liceo artistico “F. Depero” si sono recate al teatro Zandonai di Rovereto per ricordare lo stermino degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. “Cuori pensanti” è il titolo dell’opera messa in scena dai ragazzi del laboratorio teatrale studentesco, un lavoro che ripercorre storie di deportati, storie quasi sconosciute, di trentini che morirono nei campi di concentramento in modo orribile e indescrivibile. Ed è questa la grande sfida che i ragazzi si sono posti: trasmettere l’orrore della deportazione, della morte violenta e silenziosa, del grido, soffocato, di speranza. Nessuna scenografia a fare contorno agli attori, soltanto luce che si trasforma in un’atmosfera di rigore e paura, e tanta musica, suonata dal vivo sul palcoscenico, che circonda e racchiude il racconto di persone vissute con un’identità, ma morte con un numero tatuato sul braccio. Non ci sono molte parole per descrivere un’esperienza del genere, si passa dal dire “stupendo” a “tristezza”, dal “lo voglio rivedere” allo “speriamo non succeda mai più”, ma è proprio per questo che bisogna sempre ricordare chi si è opposto rischiando la propria vita e non dimenticare tutte le vittime morte nel silenzio della paura.

Daniel Mall

Cuori pensanti

i Magnifici – Carnevale dei ragazzi

La nostra scuola e’ stata selezionata dalla Biennale di Venezia per partecipare con un progetto alla sesta edizione de “i Magnifici – Carnevale dei ragazzi”. Saremo a Venezia il 6 e 7 febbraio con un’installazione intitolata “Shoes Away”. Il progetto, presentato in collaborazione con l’istituto Don Milani, prevede una vera e propria invasione di scarpe  d’artista (dipinte, scritte, rivestite…) negli spazi dell’Arsenale di Venezia. L’intervento vorrà segnare il luogo del nostro passaggio e l’espressione delle nostre identità. Il Biennio nelle prossime settimane si attiverà nella realizzazione! Chi vorrà partecipare con una scarpa…  ?
Tiziana Pretto

Shoes Away

Shoes Away

“Femminicidio” o “omicidio” ?

RENDIAMO GIUSTIZIA ALLE VITTIME DELLA VIOLENZA SESSISTA A PARTIRE DALLE PAROLE

Quando i miei studenti del Liceo artistico “F. Depero” mi hanno chiesto di scrivere un articolo sul “femminicidio” per il loro blog “Buxus”, devo ammettere che ho provato un moto di irritazione. Non per la richiesta, più che legittima, ma per il termine “femminicidio” che, introdotto dapprima negli ambiti giuridici e sociologici, a quanto pare è divenuto negli ultimi tempi di uso comune, dimostrando quanto i mass media dettino legge in materia di linguaggio, con tutte le implicazioni che ne conseguono.

Non intendo parlare dei diversi casi di cronaca che hanno visto come vittime designate le donne: lasciamo ai telegiornali ed alle riviste il compiacimento un po’ morboso, mascherato da pietismo, di indugiare sui particolari più atroci. Ciò che farò, invece, sarà riflettere sull’opportunità del termine “femminicidio”, non per un’insopprimibile deformazione professionale da prof. di Italiano, ma perché, per dirla con L. Wittgentstein, “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” (da Tractatus logico-philosophicus).

Fino a qualche anno fa i dizionari della lingua italiana non contemplavano affatto questa parola, si tratta infatti di un neologismo mutuato dall’inglese, dove un termine analogo “femicide” esiste già da oltre due secoli per definire l’omicidio di una donna in quanto tale, quindi per motivi di genere. “Femmicidio”, che deriva appunto da femicide, è diverso da “uxoricidio” con il quale si indica il delitto di chi uccide la propria moglie, perché il primo caso riguarda molteplici situazioni, non necessariamente riferite al rapporto coniugale: l’ex fidanzato che si vendica per essere stato abbandonato, il padre che picchia a morte la figlia per impedirle di abbandonare il chador, la violenza sessuale sfociata in omicidio ecc.

La questione diventa ancor più complessa se pensiamo che oltre al termine “femmicidio”, ne esiste un altro ancor più noto, spesso considerato sinonimo del primo, ossia “femminicidio” con il quale l’antropologa messicana, Marcela Lagarde (teorica, appunto, del femminicidio), intende non solo l’omicidio o la violenza in senso fisico, bensì anche ogni forma di discriminazione o violenza psicologica volte a limitare e reprimere la libertà, l’identità e l’affermazione sociale della donna in qualunque ambito, da quello lavorativo a quello familiare.

Sappiamo tutti che la lingua è un fenomeno storico legato all’uso e al contesto, il problema non è quindi l’introduzione di nuove parole, ma la scelta: perché proprio quelle contenenti nella radice l’etimologia latina “femina” che rimanda la donna alla sua componente animale, biologica? Gli studiosi sostengono che tale riferimento sia necessario a causa delle dimensioni colossali che ultimamente il problema del femminicidio sembra aver assunto: secondo l’OMS, infatti, nel mondo la principale causa di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio perpetrato da un uomo, spesso conosciuto dalla vittima.

Considerando l’impatto sociale e mediatico del problema, le promotrici della battaglia contro il femmicidio e il femminicidio ritengono che differenziare il linguaggio in base al sesso della vittima, sia un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema, ancora attuale, del rapporto tra i sessi perché, come sostiene la criminologa statunitense Diana Russell in Femicide: The Politics of Woman Killing, “tutte le società patriarcali hanno usato –e continuano a usare – il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne”.

Ma allora, se il termine è stato scelto per designare il crimine commesso da un uomo con lo scopo di impedire ad una donna di essere libera e svilupparsi pienamente come essere umano, al di là dei ruoli e delle funzioni ad essa tradizionalmente attribuiti, non trovate che il suo uso sia in contraddizione con il suo significato letterale, ossia “uccisione della femmina”? Se la donna odierna non si riconosce più, e non solo, nella sua funzione biologica, non sarebbe meglio la parola “omicidio”, con la quale da sempre si intende l’uccisione non solo del maschio ma di un essere umano?

Del resto la donna ha cominciato a liberarsi dal giogo dell’uomo anche grazie ad una più agevole e consapevole pianificazione della maternità, che per secoli l’aveva riassunta e confinata al servizio esclusivo della procreazione e dell’economia domestica. Il superamento della mera funzione riproduttiva ha proiettato la donna nel mondo del lavoro, da un piano immanente ad uno trascendente, dal mero soddisfacimento dei bisogni primari, suoi e della famiglia, alla ricerca di un appagamento individuale, professionale,  estetico; da una dimensione familiare ad una dimensione pubblica, da eterna minorenne a guida della società. E allora perché definire la repressione della libertà morale della donna “femminicidio”, chiamando di nuovo in causa in modo prioritario l’elemento biologico da cui, per tutta la storia dell’umanità, ha tentato di emanciparsi?

Anna Kuliscioff, medico ed attivista politica che tanto ha operato per la salute fisica e psicologica delle donne del suo tempo, ne Il monopolio dell’uomo: conferenza tenuta nel circolo filologico milanese (1894, Milano, Critica sociale), si domandava perché “isolare la questione della donna da tanti altri problemi sociali, che hanno tutti origine dall’ingiustizia” e giungeva alla conclusione che fosse necessario proprio a causa del “monopolio dell’uomo” che a suo piacere legiferava e determinava i limiti del legittimo, costituendo un anacronismo rispetto ai progressi fatti dall’umanità in tutti gli altri campi. Sosteneva infatti: “Tutti gli uomini, salvo poche eccezioni[…], considerano come un fenomeno naturale il loro privilegio di sesso e lo difendono con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto Dio, Chiesa, scienza, etica e le leggi vigenti, che non sono altro che la sanzione legale della prepotenza di una classe e di un senso dominante”. Ebbene, quelle leggi dettate dalla cultura maschilista ormai non esistono più, almeno non nei paesi occidentali, per quale ragione allora nel mondo odierno – in cui il diritto sembrerebbe garantire l’assoluta parità di genere e le conseguenti tutele per prevenire ed affrontare casi di discriminazione – sono invece aumentati i casi di violenza sulle donne, a volte fino alle estreme conseguenze?

Siamo proprio sicuri che gli uomini siano davvero disposti a riconoscere ed accettare l’uguaglianza   tra i sessi? O forse rinunciare al loro “privilegio di sesso” – per dirlo con la Kuliscioff – è più difficile di quando si pensi? Già nel 1949 il problema era ampiamente analizzato nella monumentale opera filosofica Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, in cui affermava in modo eloquente: “Il maschio più mediocre si sente di fronte alle donne un semi-dio”. Non è certamente facile rinunciare ad un simile potere su almeno la metà del mondo…

Vi racconto un aneddoto: mentre preparo una lezione su un difficile passo del Paradiso dantesco, qualcuno suona alla porta. Mio marito apre e si trova davanti il rappresentante di una nota marca di elettrodomestici, il quale saluta e si presenta con ostentata cordialità e poi chiede: “c’è una donna in casa? Vorrei mostrarle il nostro ultimo modello di aspirapolvere”. Tralascio le mie reazioni più o meno palesate al malcapitato rappresentante, irripetibili in questa sede, e vi chiedo: non è forse questo uno dei piccolissimi ma quotidiani, quasi inosservati, ma odiosi tentativi di relegare la donna nel noto e confortevole ruolo che da secoli ha rivestito nella società? Un tentativo apparentemente innocuo, forse inconsapevole, ma non per questo meno insidioso di strapparla dalle sue legittime aspirazioni e riportarla nella prosaica vita domestica?

“Anche se astrattamente le sono riconosciuti dei diritti, una lunga abitudine impedisce che essi trovino nel costume la loro espressione concreta”, sottolineava S. De Beauvoir e mi pare che questo processo sia ancora in atto.  Ecco allora che in un mondo in cui le donne sono ormai padrone della propria vita, scelgono cosa essere e cosa diventare, in cui tutte le attività – un tempo prerogativa maschile –  sono alla loro portata, molti uomini avvertono un disagio, quasi uno smarrimento e “nessuno è di fronte alle donne più arrogante, aggressivo e sdegnoso dell’uomo malsicuro della propria virilità”,  affermava con sagacia l’autrice francese.

“A un uomo non verrebbe mai in mente di scrivere un libro sulla singolare posizione che i maschi hanno nell’umanità. Se io voglio definirmi, sono obbligata anzitutto a dichiarare: «Sono una donna»; questa verità costituisce il fondo sul quale si ancorerà ogni altra affermazione. Un uomo non comincia mai col classificarsi come un individuo di un certo sesso: che sia uomo, è sottinteso”, chiariva la De Beauvoir nella prefazione del suo libro. Per questo ritengo che per rendere dignità e giustizia alle donne uccise da una violenza sessista dovremmo definire il delitto che le ha colpite con un termine che non ne sottolinei l’appartenenza al genere femminile, bensì al genere umano.

Roberta Belli

What is the Buxus

Un giorno visitai casa Depero a Rovereto, a due passi dalla nostra scuola, e tra documenti, didascalie di tavolini e sedie, lessi e rilessi la parola “Buxus”.
Mi informai e scoprii la straordinaria storia di questo prodotto nato durante l’epoca del Futurismo, oramai finito nel dimenticatoio.
Il Buxus, per chi ancora non lo conoscesse, è un materiale “artificiale” elastico, solido, dalle venature marmoree ed applicabile ai mobili e ad ogni specie di rivestimento. È stato inventato durante gli anni Trenta, dall’idea di un cartiere piemontese, per riutilizzare gli scarti cartacei, è infatti ottenuto da un processo di ossificazione della cellulosa: insomma oggi potrebbe essere definito un materiale ecologico.
Quando mi è stato chiesto di trovare un nome per il blog scolastico, quindi, ho pensato immediatamente a Buxus, perché questo, utilizzato da Depero per realizzare rivestimenti di tavolini e altri svariati oggetti , fu definito e celebrato dallo stesso come ‘sperimentale’, ‘innovativo’ – un po’ come è stato concepito questo blog – e ‘autarchico’ perché riguardante la nostra magica scuola.
E per i più curiosi propongo qui sotto, una piccola bibliografia sull’argomento:
• Daniela Bosia: Il Buxus: un materiale “moderno”, Franco Angeli, 2005.
• Emilia Garda, Il Buxus, Marsilio, 2000.

Camilla Dalla Bona